Il MOSE fu un diktat politico. Rischia di diventare una trappola

MOSE

Il MOSE – che negli ultimi giorni non è stato azionato perché la previsione, sbagliata, dava la marea al di sotto della quota di 1,30 m a partire dalla quale, per ora, si è stabilito di azionarlo – è stato imposto a colpi di diktat politici, oltre che con la corruzione, a scapito di alternative che avrebbero messo in sicurezza Venezia già da almeno vent’anni: meno costose, più pratiche da maneggiare, meno impattanti sull’ecosistema e sull’economia portuale.

I cantori vecchi e nuovi del MOSE si scordano di dire questo quando celebrano le prime prove finalmente efficaci nel tenere asciutta la città. Ma il dramma dei giorni scorsi, con Venezia di nuovo allagata, dimostra che il MOSE non è la macchina migliore per fronteggiare repentini mutamenti del meteo e del clima

  • per l’elefantiaca modalità di attivazione
  • perché comunque non protegge le parti basse della città, come la stessa piazza San Marco, per le quali servirebbero i rialzi delle insule, gli scavi e il riequilibrio di canali e rii, le protezioni a mare ecc
  • perché se si chiude poco o per niente, non difende Venezia e se invece si chiude troppo – come rischia di avvenire presto dato l’aumento di frequenza e livello delle maree e dello stesso medio livello del mare -, colpisce l’equilibrio dell’ecosistema interrompendo il vitale ricambio tra mare e laguna, modificando le correnti.

A uscirne danneggiata sarebbe anche l’economia portuale dal momento che le navi non entrano né escono.

Il MOSE rischia di essere una trappola, non perché non funziona, cioé non perché non si sollevano le paratoie alle bocche di porto, come hanno creduto solo i critici più ingenui, ma perché, sistematicamente, funziona nel modo sbagliato.

Gianfranco Bettin e Luana Zanella