Fiorella Zabatta: Visione Comune, i Comuni sono la prima linea della Repubblica: il luogo dove i diritti o funzionano, o falliscono.

Zabatta

Oggi è domenica 22 febbraio. E non è “solo” la seconda giornata di Visione Comune: è il giorno in cui la visione deve, ancor di più, prendere gambe, diventare scelta, diventare metodo. Ieri abbiamo lavorato nei gruppi, abbiamo ascoltato, discusso, ci siamo confrontati. Oggi restituiamo, mettiamo in fila, decidiamo cosa portare fuori da questa sala: nei consigli comunali, nelle giunte, nelle circoscrizioni, nei municipi, nelle regioni.

E permettetemi di dirlo subito, con chiarezza: “Visione comune” non è una formula gentile. È una dichiarazione di responsabilità. Perché i Comuni sono la prima linea della Repubblica: il luogo dove i diritti o funzionano, o falliscono.

In queste settimane ci è stato ricordato, nel modo più duro, che non esiste più una distinzione rassicurante tra “politica locale” e “grandi questioni globali”. Il clima entra nei quartieri. La geopolitica entra nelle bollette. Le crisi internazionali entrano nel prezzo del pane. E l’ingiustizia — quella sociale e quella ambientale — entra nelle case, di notte, quando la gente prova a dormire e non ci riesce.

E dentro queste crisi internazionali ci sono le guerre: guerre che divorano risorse, spezzano vite, trascinano con sé odio e paura, e che poi arrivano anche qui — nei Comuni — sotto forma di emergenze umanitarie, di nuove povertà, di famiglie che fuggono, di prezzi che salgono, di tensioni sociali che qualcuno vuole trasformare in consenso. Noi dobbiamo dirlo con nettezza: la pace non è un sentimento, è una scelta politica. Significa diplomazia, diritto internazionale, corridoi umanitari, stop all’escalation, e soprattutto una scelta di priorità: non si costruisce sicurezza riempiendo il mondo di armi e svuotando i bilanci di scuola, sanità, welfare, transizione ecologica. La politica che governa i territori deve avere il coraggio di stare dalla parte della vita, sempre.

Vengo al PRIMO PASSAGGIO: la crisi climatica. Non è un capitolo del programma. È lo sfondo di tutto, il contesto dentro cui ogni decisione amministrativa diventa, volente o nolente, una decisione climatica.

A gennaio, il Mediterraneo ci ha presentato il conto con il ciclone Harry. Sicilia, Sardegna, Calabria: piogge torrenziali, venti violentissimi, mareggiate, frane, evacuazioni. Allerta rossa, scuole chiuse, strade interrotte. E poi Niscemi: la terra che si apre, la collina che cede, famiglie costrette a lasciare casa in poche ore.

Non parliamo di “maltempo”. Parliamo di un Paese che scopre di essere fragile come non si credeva, come non lo era mai stato fino ad oggi. Parliamo di danni enormi, di emergenze che diventano strutturali, di risorse pubbliche che corrono sempre dietro agli eventi. Perfino Copernicus, la mappatura europea delle emergenze, aveva segnalato l’arrivo del ciclone e le piogge estreme in atto.

E c’è un’altra immagine che non possiamo rimuovere: mentre il mare si portava via pezzi di costa e di case, riemergevano anche corpi di migranti morti durante la tempesta. È una ferita doppia: climatica e umana. È un promemoria terribile del fatto che le crisi si sommano e si accaniscono sempre sulle persone più fragili.

Harry non è “sfortuna”. È una firma del nostro tempo: un Mediterraneo più caldo rende più probabili e più intensi eventi estremi. E l’IPCC lo dice senza giri di parole: ogni incremento di riscaldamento intensifica i rischi e solo riduzioni profonde, rapide e sostenute delle emissioni possono rallentare davvero il riscaldamento in tempi percepibili.

Allora la domanda è: che cosa significa governare, oggi, sapendo che la crisi climatica non è più una previsione ma una condizione?

Significa due cose insieme: adattamento e mitigazione. Proteggere le persone dagli impatti che già vediamo — e allo stesso tempo contenere le emissioni, perché se non conteniamo, non c’è argine che tenga.

“Contenere” è una parola precisa. Non vuol dire “compensare”, non vuol dire “spostare altrove”. Vuol dire ridurre davvero, anno dopo anno, fino a stare dentro un limite fisico: il bilancio di carbonio che ci separa da un pianeta sempre più invivibile. E l’ONU ci ricorda che il divario tra promesse e realtà è ancora enorme: servono tagli molto più forti e in tempi strettissimi, altrimenti l’obiettivo 1,5°C svanisce.

E qui arriviamo al SECONDO PASSAGGIO che oggi voglio fare, perché riguarda il contesto internazionale. Perché qualcuno prova a convincerci che “tanto non dipende da noi”. Che “se i grandi non fanno, allora noi che siamo?”. Come possono incidere i piccoli Comuni e le comunità locali sui grandi problemi della Terra?  Ecco, io penso che questa sia la frase più pericolosa del nostro tempo: “non dipende da noi”.

In queste settimane, dagli Stati Uniti, arrivano segnali che vanno nella direzione opposta al contenimento delle emissioni: l’amministrazione Trump ha revocato la base regolatoria che permetteva all’EPA di limitare i gas serra e ha cancellato standard sulle emissioni dei veicoli; e ha anche allentato limiti su inquinanti tossici come il mercurio dalle centrali a carbone.

Dico Trump non per fare un esercizio di indignazione a distanza. Lo dico perché quando una delle maggiori economie del mondo decide di frenare sul clima, c’è un rischio enorme: che altri si sentano autorizzati a rallentare, a rimandare, a dire “allora aspettiamo”. Ecco: noi dobbiamo fare l’opposto. Dobbiamo dire: se Washington frena, le città del mondo accelerano.

E soprattutto: dobbiamo chiamare le cose col loro nome. Tagliare le regole sulle emissioni non è “sburocratizzare”. È aumentare il rischio. È mettere più pressione su territori già vulnerabili. È trasformare il clima in una questione di ordine pubblico e poi fingere di risolverla con la forza. Ed è per questo che noi dobbiamo tenere insieme due frasi: contenere le emissioni e difendere la democrazia. Perché il caos climatico alimenta autoritarismi; e gli autoritarismi, quasi sempre, difendono le fonti fossili.

Perché la verità è che la transizione non è una conferenza stampa: è una delibera. È un appalto. È un piano regolatore. È una fermata dell’autobus. È una comunità energetica che nasce. È una scuola che viene messa in sicurezza termica. È un quartiere che smette di bollire d’estate e di allagarsi d’inverno.

E qui si innesta un nodo, per me, per NOI, fondamentale, che spesso viene rimosso: il LAVORO. Perché la transizione o è giusta, o è una nuova disuguaglianza. Nei nostri tavoli parleremo anche del ruolo attivo dei Comuni sul lavoro: non come spettatori, ma come motore di opportunità, dignità, contratti veri.
E dobbiamo avere il coraggio di dire che il lavoro non può essere un “debito” del cittadino verso il sistema: deve tornare a essere la leva con cui una persona costruisce autonomia e rispetto.

E dentro questa dignità del lavoro c’è una battaglia che non può più aspettare: il salario minimo. Perché in Italia il lavoro povero non è un’eccezione: è diventato un modello, e un modello ingiusto. Un salario minimo legale significa mettere un pavimento sotto i piedi delle persone, impedire che la concorrenza si faccia sulla pelle di chi lavora, dire che nessuno deve essere costretto ad accettare qualsiasi cifra pur di sopravvivere.

E le città non sono spettatrici: nei bandi, negli appalti, nelle esternalizzazioni, possono pretendere clausole sociali, qualità del lavoro, contrasto al dumping contrattuale. Proprio in Regione Campania la prima delibera della nuova giunta regionale, di cui faccio parte, ha previsto il salario minimo garantito per tutte le imprese che vogliono lavorare con la regione e con le sue società partecipate.

Questo significa che possiamo scegliere se alimentare precarietà o costruire dignità. E noi dobbiamo scegliere, ogni volta, la dignità.

Veniamo al cuore politico della giornata: cosa possono fare le città.

Le città possono fare almeno 5 cose, subito.

  1. La prima: energia. Rendere gli edifici pubblici e popolari efficienti, spingere la riqualificazione, creare comunità energetiche rinnovabili, usare il patrimonio pubblico come leva per tagliare emissioni e bollette insieme. Questo non è tecnicismo: è giustizia. È la differenza tra chi può accendere il riscaldamento e chi deve scegliere tra luce e spesa. È anche la differenza tra quartieri che producono energia pulita e quartieri che subiscono solo inquinamento.
  2. La seconda: diritti e welfare. Tenere insieme una città non significa solo farla funzionare: significa farla giusta. Significa servizi sociali che non siano l’ultima voce di bilancio, ma la prima infrastruttura di comunità: nidi accessibili, sostegno alla non autosufficienza, case rifugio e centri antiviolenza, politiche abitative vere contro sfratti e precarietà, sportelli di prossimità per chi non sa più a chi chiedere. Significa difendere e allargare i diritti — delle persone LGBTQIA+, delle famiglie plurali, di chi migra, di chi vive con una disabilità — non con dichiarazioni simboliche, ma con atti amministrativi: regolamenti inclusivi, accessibilità, servizi, mediazione culturale, contrasto alle discriminazioni. E significa una cosa decisiva: far sì che nessuno debba “meritarsi” l’aiuto, perché il welfare non è beneficenza, è cittadinanza. Una città che investe sul welfare non sta “spendendo”: sta prevenendo fratture, solitudini, violenze. Sta costruendo sicurezza sociale, quella vera.
  3. La terza: mobilità. Non è solo traffico. È diritto al tempo, alla salute, alla libertà. Trasporto pubblico frequente, sicuro, accessibile; città dei quindici minuti; spazio pubblico che torna alle persone; ciclabilità e pedonalità come infrastrutture, non come hobby. E significa una cosa concreta: smettere di progettare città “per chi corre” e iniziare a progettare città “per chi vive”.
  4. La quarta: suolo e natura. Consumare meno, rigenerare di più. Alberature, corridoi ecologici, parchi che non siano arredamento ma difesa climatica. La natura in città non è un lusso: è un impianto di climatizzazione gratuito e democratico. E la rigenerazione urbana non è “abbellimento”: è risparmio di suolo, è recupero di vuoti, è lotta alle disuguaglianze territoriali. Piani caldo, rifugi climatici, fontanelle, ombra, case popolari che non siano forni. E poi drenaggi urbani, vasche di laminazione, manutenzione dei versanti, protezione delle coste. Perché Harry ci ha insegnato che l’acqua non chiede permesso: arriva, e decide lei. E noi dobbiamo decidere prima, con la prevenzione, non dopo, con l’emergenza.
  5. La quinta: amministrazione come leva. Appalti verdi, mense scolastiche più sane e meno impattanti, economia circolare, riduzione dei rifiuti, filiere locali. Le città non sono “piccole” se usano bene il loro potere d’acquisto e di regolazione. E quando le città fanno rete, diventano una forza nazionale.

E qui si innesta un punto decisivo, che oggi voglio mettere sul tavolo con forza: la tentazione, sempre più diffusa, di rispondere alle crisi con la militarizzazione delle città.

Quando aumentano le disuguaglianze, quando il clima moltiplica le emergenze, quando la paura viene alimentata come carburante elettorale, la risposta della DESTRA è spesso la stessa: più divieti, più zone rosse, più telecamere, più retorica dell’ordine. La città come campo di controllo. La piazza come problema. Il diverso come sospetto.

Noi diciamo NO. Non perché siamo ingenui, ma perché siamo seri.

La sicurezza non è una divisa. È una casa dignitosa, è illuminazione, è trasporto pubblico serale, è scuola aperta, è mediazione sociale, è salute mentale, è spazi per i giovani, è servizi di prossimità. È una città che ricuce, non una città che presidia. È una città che previene, non una città che punisce.

Militarizzare significa spostare risorse dalla prevenzione al conflitto. Significa mettere l’eccezione come regola. Significa trattare i cittadini come potenziali nemici. E sapete qual è il risultato? Che la città si svuota di fiducia. E senza fiducia, non regge nessuna politica pubblica: né quella ambientale, né quella sociale, né quella economica.

E c’è un altro effetto: la militarizzazione crea l’illusione di una città “pulita”, “ordinata”, “sicura”, ma in realtà produce una città più fragile. Perché la fragilità vera è quando una madre non trova un nido, quando un anziano non trova un medico, quando un ragazzo non trova un posto dove stare senza essere cacciato. Quella fragilità non la risolvi con un presidio: la risolvi con politiche pubbliche. E questa è la nostra idea di sicurezza.

E allora qual è l’alternativa? L’alternativa è una parola che ieri è tornata in ogni gruppo di lavoro e che oggi deve diventare la bussola: cura.

Cura applicata alle città significa smettere di considerare la città come un insieme di “cose” e iniziare a considerarla un insieme di vite. Cura significa manutenzione come atto politico: marciapiedi, asili, consultori, biblioteche, parchi, trasporto locale. Cura significa progettare il tempo, non solo lo spazio: orari dei servizi, accessibilità, prossimità. Significa politiche dei tempi e della vita quotidiana: perché il vero “traffico” spesso è l’incastro impossibile tra lavoro, figli, anziani, casa.

E cura significa anche dire una cosa scomoda: che la qualità di una città si misura da come tratta chi è più fragile — bambini, anziani, disabili, chi lavora in condizioni precarie, chi arriva da lontano, chi vive da solo. Non è retorica: è un criterio di governo.

Qui entra il tema del ruolo delle donne come amministratrici. Non per fare retorica identitaria, ma per riconoscere un fatto politico: quando le donne guidano, spesso cambia l’agenda. Cambia il modo di stare nelle istituzioni. Cambia la priorità data a ciò che tiene insieme la comunità. E oggi, nel confronto fra città, ascolteremo anche sindache e amministratrici che stanno già dimostrando che si può governare con fermezza e con cura, senza chiedere scusa per la competenza.

Non perché le donne “sono naturalmente” più buone. Ma perché hanno attraversato — nella vita, nel lavoro, nella famiglia, nello spazio pubblico — ostacoli che insegnano una competenza rara: vedere ciò che non si vede.

Vedere il lavoro invisibile. Vedere la fatica di incastrare i tempi. Vedere la solitudine. Vedere la violenza, anche quando è normalizzata.

E allora sì: una città della cura è una città femminista nel senso più concreto del termine. Una città che redistribuisce potere e tempo. Che rende possibile la libertà. Che non chiede alle persone di essere eroi per vivere la normalità. Una città dove la cura non è “il sacrificio di qualcuno”, ma un dovere collettivo, organizzato, finanziato, riconosciuto.

Oggi, nel confronto fra città e nel dialogo con amministratori e amministratrici, questa prospettiva sarà centrale: governare dal territorio il Paese non significa solo “portare buone pratiche”. Significa cambiare l’idea stessa di governo: meno verticalità, più comunità; meno comando, più competenza; meno propaganda, più capacità di tenere insieme.

E allora, che cosa chiediamo a questa giornata?

Chiediamo tre cose.

La prima: verità. Dire che la crisi climatica è qui, che Harry non è un’eccezione, che serve adattamento ma soprattutto riduzione delle emissioni.

La seconda: coraggio. Perché se nel mondo qualcuno — come l’amministrazione Trump — decide di smontare le regole sul clima e sull’inquinamento, noi dobbiamo essere ancora più determinati nel contenerle, quelle emissioni, e nel proteggere la salute delle persone.

La terza: metodo. Fare rete tra amministratori e amministratrici. Condividere strumenti, norme, bandi, idee. Non reinventare ogni volta la ruota, perché il tempo non ce lo concede più.

Tra poco ascolteremo la restituzione dei gruppi: cura e comunità, mobilità, energia, beni comuni, lavoro, sicurezza e inclusione, equilibrio istituzionale. Poi discuteremo i dati del sondaggio. Poi confronteremo esperienze di città diverse, perché l’Italia non è una linea retta: è un arcipelago. E infine trarremo delle Conclusioni.

Ma se vogliamo che questa non resti una bella 2 giorni, dobbiamo uscire con un impegno semplice, che ciascuno può portare nel proprio territorio già da domani mattina:

  1. mettere il clima e il lavoro al centro di ogni decisione, con un “bilancio climatico” che dica quante emissioni tagliamo e quanta resilienza costruiamo, e con la centralità del binomio “giustizia climatica – giustizia sociale”;
  2. trasformare la cura in politica urbana, quotidiana, misurabile: servizi, tempo, prossimità, manutenzione;
  3. rifiutare la scorciatoia della militarizzazione e costruire sicurezza sociale, con casa, scuola, salute, spazi pubblici vivi.

Questo è “Visione comune”. Non un convegno. Un patto.

Voglio concludere ringraziando davvero, di cuore, tutte e tutti.

I responsabili nazionali organizzazione ed enti locali che da mesi stanno lavorando, pianificando e organizzando questo incontro, curandolo nei minimi particolari; i coordinatori e le coordinatrici dei tavoli che li hanno animati in questa 2 gg; le relatrici e i relatori che tra poco si susseguiranno su questo palco, e che vi presenterò; i partecipanti e le partecipanti ai tavoli che li hanno resi vivi con dibattiti, discussioni, scambi di idee, che sono il motore propulsore di questa bellissima iniziativa; le segreterie, gli uffici stampa, i grafici, che fanno da sempre un lavoro silenzioso ma fondamentale e che, anche questa volta, hanno fatto davvero la differenza.

Grazie davvero e buon lavoro a tutte e a tutti. Auguro a tutte e tutti noi che oggi, qui, succeda qualcosa di diverso, di molto concreto: che la politica torni a somigliare alla vita.

Continuiamo sempre ad avere una VISIONE COMUNE.