“Electa: la nostra casa digitale”
Buongiorno e grazie a tutte e tutti per essere qui, siamo in tantissime ec in tantissimi … quasi 500 persone si sono accreditate per Visione comune 2.
Un anno fa, a Napoli, abbiamo piantato un seme in un terreno che molti consideravano arido. Ci siamo guardati negli occhi per la prima volta come un’unica comunità, superando le diffidenze e le fatiche di chi vive in trincea nei territori. Quello scetticismo iniziale si è trasformato in abbraccio collettivo. Oggi, trovarci qui a Roma, in via dei Frentani, non è un semplice appuntamento burocratico, è la prova che quel seme è diventato pianta anzi foresta.
Nel titolo di questa conferenza ci si chiede: “Cosa succede in città?”. Succede che, mentre il vento gelido del Governo soffia contro l’autonomia dei territori, qui dentro AVS sta crescendo un calore diverso. È il calore di chi non aspetta ordini dall’alto, ma costruisce soluzioni dal basso. Siamo aumentati, siamo più forti, e i risultati delle recenti elezioni ci dicono che l’Italia ha fame di questa Visione Comune.
Viviamo un tempo in cui ci stanno vendendo un’idea tossica e seducente: che serva una persona sola al comando. Un uomo solo. Una donna sola. Un volto, un soprannome, uno slogan, una mano che firma e “risolve”. Negli Stati Uniti questa narrazione si incarna nel culto del leader, oggi la Casa Bianca è purtroppo è di nuovo di Donald Trump. In Italia la stessa tentazione prende la forma della personalizzazione estrema del potere, con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Non cito questi nomi per fare polemica: li cito perché raccontano il clima in cui siamo immersi. Un clima che spinge a credere che la democrazia sia una scorciatoia, e che la complessità sia un difetto.
E poi c’è un’altra scorciatoia che ci viene proposta: quella di affidarci completamente alle macchine, agli algoritmi, all’automazione delle scelte. Come se bastasse premere un tasto per decidere cosa è giusto. Come se la politica fosse un calcolo.
Ecco: noi oggi siamo qui per dire l’opposto.
Che non ci serve l’uomo solo al comando. Non ci serve la donna sola. Non ci serve la politica come click.
Ci serve una comunità di persone, soprattutto di persone competenti, di giovani e di donne.
E questo — lasciatemelo dire con un po’ di emozione — è ciò che Electa è diventata: la casa digitale della nostra comunità politica, una casa dove non si entra per contare follower, ma per condividere strumenti, esperienze, parole, atti, battaglie. Una casa dove quello che fai in un consiglio comunale di un paese di cinquemila abitanti può diventare forza per una città metropolitana.
Electa non è solo “un sito”.
Electa è un messaggio culturale.
È dire: noi non nasciamo per occupare un posto, ma per costruire una rete.
È dire: il potere non è la voce più alta, è la capacità di far circolare le idee migliori.
È dire: se una mozione funziona a Monza, può parlare anche a Vibo Valentia; se un regolamento migliora la vita a Palermo, può aiutare anche Finale Ligure.
In questi mesi Electa è diventata — nei fatti — il centro della discussione e della diffusione: mozioni, interrogazioni, proposte, ordini del giorno, insomma un’archivio vivo, un passaparola organizzato, una piazza dove non ci si limita a “commentare”, ma si prova a cambiare le cose con i piedi per terra.
Oggi Electa non è un’idea: è già una comunità viva. Ci sono 465 persone che la abitano, la nutrono, la tengono accesa ogni giorno. E non parliamo di chiacchiere: parliamo di atti, di strumenti, di cose che poi arrivano nei consigli comunali e nelle giunte.
In pochi mesi, attraverso Electa, sono state elaborate e riproposte 165 mozioni e 60 ordini del giorno. Ma anche 63 delibere di giunta, 36 delibere di consiglio e 25 interrogazioni.
E c’è un dato che per me vale quanto tutti gli altri: non è rimasto tutto dentro una piattaforma online. Da quel lavoro sono nate 25 iniziative reali, fatte nei territori, con le persone. È questo il punto: Electa non “sostituisce” la politica — la rimette a terra, la rimette in circolo, la rende contagiosa.
E sapete perché funziona?
Perché Electa non è nata per sostituire le persone. È nata per metterle in relazione.
La differenza è tutta qui:
c’è chi usa la tecnologia per controllare; noi la usiamo per connettere.
c’è chi usa i dati per semplificare le vite dei potenti; noi li usiamo per semplificare il lavoro di chi serve le comunità.
c’è chi sogna un algoritmo che decide; noi scegliamo l’intelligenza naturale, l’intelligenza climatica. Che non è individuale. È collettiva.
E quando dico “intelligenza naturale” non intendo una nostalgia romantica. Intendo una cosa concreta: l’intelligenza di una consigliera che sa ascoltare una famiglia che non arriva a fine mese; l’intelligenza di un assessore che sa che la città non è fatta solo di auto, ma di bambini, anziani, corpi, fragilità; l’intelligenza di un sindaco che, quando arriva una piena o una frana, non può permettersi la propaganda: deve scegliere, proteggere, prevenire.
Questa ’intelligenza collettiva nasce quando una sindaca di un piccolo comune sardo dialoga con un consigliere regionale del Veneto. È la sapienza di chi tocca con mano i problemi dei cittadini ogni mattina. Non ci serve un algoritmo per capire che l’asfalto delle nostre città sta diventando bollente o che le famiglie non arrivano a fine mese. Ci serve il cuore, ci serve l’ascolto, ci serve quel “sentire” che nessuna macchina potrà mai replicare.
Perché noi lo sappiamo — lo sappiamo sulla pelle — che la crisi climatica non è un titolo di giornale: è una bolletta più pesante, è una notte senza aria nelle case, è un torrente che straripa, è un pezzo di collina che scivola, è un autobus che non passa, è un quartiere insicuro.
E allora oggi, qui, mentre apriamo questa Conferenza nazionale di elette e amministratori, io voglio dire una cosa semplice:
non siamo qui per raccontarci quanto siamo bravi.
Siamo qui per dirci che da soli non bastiamo. E che insieme possiamo — per esempio — fare una cosa che sembra tecnica ma è umanissima: per esempio le comunità energetiche rinnovabili. Le cito non come “tema”, ma come promessa concreta: mettere insieme cittadini, enti locali, imprese responsabili, e produrre energia pulita condivisa. Che vuol dire una cosa chiarissima: alleggerire le bollette, dare respiro alle famiglie, togliere potere ai ricatti, ridare autonomia alle comunità. Non è un capitolo di un programma: è dignità quotidiana.
Possiamo — e dobbiamo — fare la cosa più difficile e più giusta: passare dall’emergenza alla cura del territorio. Dissesto idrogeologico non è una il nome di una paura che torna ogni volta che piove forte. Ed è anche il nome di un’ingiustizia: perché la natura non colpisce tutti allo stesso modo, e chi paga sempre di più sono i quartieri più fragili, le aree interne, il Sud, le periferie. La nostra risposta non può essere “arriveremo dopo”. La nostra risposta deve essere: prevenzione, manutenzione, verde, suolo, acqua, sicurezza climatica. Siamo contrari alla follia del Ponte dello stretto, vogliamo un Ministero delle piccole opere che possa risanare la nostra Italia.
E possiamo — senza fare retorica — portare la giustizia sociale dentro la macchina pubblica. Perché il lavoro povero non è una fatalità: è una scelta. Come AVS per questo vogliamo un salario minimo dignitoso ed indicizzato, e l’idea che ogni amministrazione possa e debba orientare appalti, concessioni, servizi verso criteri di dignità, è un modo per dire che la Repubblica non è neutrale: o sta con chi lavora o sta con chi schiaccia.
Ma vedete, io oggi non voglio “anticipare” i contenuti che discuteremo nelle sessioni e nei gruppi di lavoro — dalla mobilità sostenibile al welfare alla conversione ecologica. Voglio invece dirvi quale è, per me, il filo che tiene insieme tutto:
Noi non siamo una comunità politica perché la pensiamo nella stessa maniera, ma perchèl avoriamo per il bene comune, per questo scegliamo sempre di non lasciare indietro nessuno.
Electa serve a questo: a evitare che le buone idee restino isolate.
Serve a evitare che una consigliera si senta sola in un consiglio comunale ostile.
Serve a evitare che una battaglia giusta muoia perché “non sappiamo come si fa”.
Serve a ricordarci che la politica, quando è viva, è contagiosa.
E allora lasciatemi dire anche un grazie — un grazie vero — a tutte e tutti voi. Perché è facile parlare di partecipazione, ma è difficile praticarla. È facile parlare di ecologia, ma è difficile difenderla quando ti dicono che “non è il momento”, quando ti dicono che “costa”, quando ti dicono che “la gente vuole altro”. È facile dire “giustizia sociale”, ma è difficile farla quando i bilanci sono limitati e il governo centrale taglia e accentra. Eppure voi lo fate, ogni settimana in ogni consiglio, in ogni commissione, in ogni incontro, in strada.
E qui arriva la frase più personale che posso dirvi:
io non credo che la politica si misuri solo con le leggi.
Io credo che si misuri con una domanda: di chi ti prendi cura?
Electa, per me, è questo: un’infrastruttura della cura.
Una rete che non ha come obiettivo far brillare un singolo, ma far avanzare un insieme.
Perché se l’epoca ci spinge verso l’isolamento, noi rispondiamo con la cooperazione.
Se l’epoca ci spinge verso la paura, noi rispondiamo con la comunità.
Se l’epoca ci spinge verso l’uomo forte, noi rispondiamo con le persone forti: tante, diverse, testarde, competenti, generose.
E allora apriamo questi due giorni con questo spirito:
non come una “conferenza” che finisce e si archivia,
ma come un appuntamento che accende e continua.
Io sogno che, Electa diventi
un luogo dove una buona pratica non resta un episodio, ma diventa un modello;
dove un’idea non resta un post, ma diventa un atto;
dove una battaglia non resta locale, ma diventa nazionale;
dove nessuno si senta più solo e sola.
Perché la nostra forza non è “uno”.
La nostra forza è che siamo insieme.
E quando ci dicono che non si può,
quando ci dicono che “la gente non capisce”,
quando ci dicono che “ormai decide tutto qualcun altro”…
noi rispondiamo con una cosa semplice, concreta, ostinata:
una casa comune, un’intelligenza collettiva, un progetto condiviso.
Questa è Electa.
Questo è AVS nei territori.
Questa è la strada.
Infine, voglio dire con fermezza e con grande tristezza che purtroppo ancora oggi soffiano venti di guerra, due milioni di morti in Ucraina, il genocidio di Gaza ancora in atto e il massacro del regime fondamentalista iraniano che ancora vede una timidezza di tutto l’occidente e dell’ONU, si parla di oltre 30 mila morti! Noi di AVS ad un’economia di guerra preferiamo e vogliamo affermare invece un’economia di pace. La pace è il solo investimento per il futuro … basta investimenti in armi e in odio … investiamo sui territori nella pace, nel welfare, nella conversione ecologica e soprattutto nel futuro.
AVS e’ l’unica forza politica che invece di guardare alle prossime elezioni guarda al futuro delle prossime generazioni.


