Brunetta irragionevole, ferma lo smart working in piena emergenza sanitaria

Smartworking

Una decisione più irragionevole e dannosa di quella del ministro Brunetta, che ha sancito lo stop allo smart working, non poteva essere presa. Il ministro per la pubblica amministrazione, dal 15 ottobre scorso, ha interrotto lo smart working per tutti i lavoratori del pubblico impiego che, nel marzo del 2020, per il 56,6% utilizzavano il telelavoro. Parliamo di 1,8 milioni su 3,2 milioni di lavoratori nel pubblico impiego.

La convinzione arcaica di Brunetta, secondo cui solo con il lavoro in presenza si aumenta l’efficienza, è stata motivata anche dall’assunto che grazie alle pause pranzo il Pil aumenterà dello 0,2-0,3%, in virtù del consumo di panini e tramezzini. I contagi nel nostro Paese continuano a salire e i mezzi pubblici per chi si reca al lavoro sono sempre più stracolmi. Il ministro, in maniera totalmente irresponsabile, ha deciso lo stop allo smart working in una fase di emergenza sanitaria legata al Covid19, decretata giustamente dallo stesso Governo di cui lui fa parte.

L’Italia, secondo i dati Eurostat, era ultima in Europa per l’uso del telelavoro, fino ad arrivare nel 2020 al 12,2%, rimanendo comunque sempre sotto la media europea. Ieri il governo ha annunciato alcune misure di contenimento per prevenire i contagi su taxi, treni e metro.

E poco importa se i mezzi pubblici sono carenti, perché con il Pnrr si è deciso di investire altrove, se sono incredibilmente affollati o se lo smog fa 50 mila vittime all’anno, l’unica cosa fondamentale è che la scure di Brunetta contro lo smart working abbia raggiunto il suo scopo: tutti al lavoro in presenza, ma se c’è un caso sospetto sui mezzi pubblici o i treni si fermano i convogli.

L’unica cosa ragionevole che può fare il Governo è annullare la decisione irragionevole di Brunetta e ripristinare il telelavoro.

Angelo Bonelli, Eleonora Evi