Ecco come 20 anni fa, rispetto a una vasta maggioranza che votò a favore, ci opponemmo all’intervento militare in Afghanistan. La disfatta dell’esportazione della democrazia, con relativo armamentario di eserciti, retorica dei diritti e occupazione fino a quando conviene del Paese da civilizzare.
Intervento di Stefano Boco, Senatore dei Verdi
Seduta n. 063 del 07/11/2001
Signor Presidente del Consiglio, membri del Governo, colleghe e colleghi,
i momenti più alti e, alcune volte, i più difficili nella vita dei Parlamenti e quindi nella vita delle democrazie, sono legati alle grandi scelte internazionali. E quando si parla di guerra, questi momenti, ovviamente, hanno ancora una drastica selezione nella loro difficoltà.
Sappiamo tutti che decisioni come queste pesano e pesano su tutti noi. Pesano su tutti coloro che, con forza e rispetto, cercano di domandarsi pervicacemente dall’11 settembre come sconfiggere il terrorismo. La politica ha il dovere di rispondere a questo quesito e di indicare soluzioni.
Colleghi, molti in questi giorni trovano le ragioni, o alcune delle ragioni, per questo intervento ed esempi descrittivi in ciò che non fu fatto in Europa alla fine degli anni ’30 e ciò che conseguentemente a questo fu fatto, accettando solo tardivamente di entrare in guerra contro il nazismo ed il fascismo. Noi diciamo: attenti! Questi esempi possono far presa, ma sono sbagliati e fuorvianti perché, lo sapete bene, e abbiamo il dovere di saperlo tutti bene, signor Presidente del Consiglio, il terrorismo non potrà essere vinto da eserciti schierati. Gli eserciti possono sconfiggere altri eserciti, abbattere governi e regimi, catturare ed uccidere alcuni terroristi ma, con grande probabilità, gli eserciti partoriranno reazioni, dentro le quali ci saranno nuovi interpreti, nuovi assassini, nuove generazioni di folli e di terroristi.
E lo sapete bene anche voi, lo sa la comunità internazionale, lo sappiamo tutti: questo è il dovere della politica. Ma sembra che oggi affermare ciò equivalga a schierarsi contro gli Usa e a favore di Bin Laden. Oggi, uscire dal coro tentando di ragionare sembra cosa sbagliata e da liste di proscrizione, perché oggi per amare il proprio Paese e per difendere la democrazia sembra che si debba per forza cantare una sola canzone: sì a questa guerra. Noi ci rifiutiamo di cantarla.
Rispetteremo le vostre scelte, perché questa è la democrazia, ma vogliamo lo stesso rispetto. Noi siamo accanto agli Stati Uniti, agli uomini e alle donne barbaramente uccisi in quelle torri, come siamo accanto agli uomini e alle donne che saranno uccisi in questa guerra, e parlo di popoli inermi. Noi siamo su questa posizione chiedendovi rispetto e dandovi rispetto, ma nel contempo vi diciamo che state sbagliando. Non si combatte così il terrorismo. E chi ha sconfitto il terrorismo in quell’area in questi anni l’ha detto. E’ stato stampato, avremmo il dovere di saperlo.
Nel Punjab il terrorismo Sikh è stato sconfitto e quando si è chiesto a chi l’ha sconfitto se questa azione avrebbe avuto alternative la risposta è stata la seguente: “Sì, perché sarebbe bastato isolare i Taleban e di conseguenza Osama Bin Laden, costringendo il Pakistan ad interrompere anche ogni aiuto economico e militare al regime di Kabul”. Ci sarebbe voluto del tempo, è vero, ma lo si sarebbe potuto sfruttare per trovare la pacificazione degli altri focolai, anche, se non soprattutto, quelli lontani dal confine geografico dell’Afghanistan.
Il tempo, colleghe e colleghi: siete davvero certi che andando al voto il tempo sarà così breve? Siete così convinti che ci metteremo meno? Mese dopo mese, quanti cittadini pagheranno le scelte che stiamo per fare? Quante vittime innocenti, come le donne e gli uomini delle Twin Towers, pagheranno le conseguenze di ciò che possiamo votare oggi? Quanti milioni di profughi servono per dire ora basta? Lo domando alla maggioranza e all’opposizione. Qual è la cifra, in milioni di profughi, per dire ora basta?
Sapete bene anche voi che le immagini degli innocenti alimenteranno lo scontro e gli assassini come Bin Laden andranno ad attingere proprio lì, su quel dolore attingeranno per trovare nuovi proseliti. E lo sapete! Lo sapete bene, ma nessuno lo vuole ammettere e dire. Quando c’è l’odore della polvere da sparo, l’odore della guerra – perché così si chiama – la ragione deve lasciare il posto alla convinzione e, troppe volte, alla stupidità.
Signor Presidente, per l’ennesima volta, senza iattanza ma convinti di rendere un servizio nell’ambito delle democrazie, un servizio che non è quello di Cassandra né degli eretici ma di chi in quest’Aula – e lo ha ripetuto più volte – vuole combattere il terrorismo e vuole vedere Bin Laden isolato, vi chiediamo di spendere questi due anni – perché questo è il tempo che il presidente Bush ha più volte ricordato – per isolare sempre di più le sacche in cui si annida il terrorismo, costruendo le condizioni per preparare la caduta dei Governi folli come quello dei Taleban, non per aspettare la caduta dei Governi moderati dell’Islam.
Quanta forza, quanto rispetto si avrebbe verso l’Occidente se potessimo veder questo. Quanta saggezza e quanta lezione ci sarebbe per quel miliardo di persone che qui sotto vede un mondo che non è il suo. Vorremmo che questi due anni fossero spesi anche per veder ricostruire l’Europa, un’altra vittima di questa guerra.
Ricordava il presidente Cossiga quello che oggi è diventata l’Europa: sembra quasi un invito a cena. Mancava però in quella cena un soggetto, mancava l’Europa. Non è che allargando il numero dei commensali si rafforza l’Europa, bensì si indebolisce il concetto di pace e di democrazia.
Mentre l’Europa deve trovare le condizioni, noi vorremmo vedere in questi anni le energie del nostro Paese e dell’Occidente portate davvero sugli scacchieri internazionali; vorremmo vedere il Medio Oriente riportato ad una possibilità di convivenza. Troppe parole, pochi fatti. Cinquant’anni di parole e non di fatti.
Vorremmo vedere la convivenza anche in Anatolia, la vorremmo vedere in Africa e vorremmo rivedere le tante vostre convinzioni davanti agli omicidi e alle guerre perpetrate in questo momento sullo scacchiere africano; vorrei sentire le parole di fratellanza sulle colline dei Nubah che vengono uccisi quotidianamente, ma nessuno, certo, chiede un intervento.
Su tutti questi scacchieri vorremmo vedere sconfitta la povertà o almeno assistere a dei passi; allora sì che vedremmo un mondo un po’ migliore, un mondo dove le condizioni della democrazia e della pace attingono.
Per questo, colleghi, con tutto il dolore che c’è in momenti così gravi, noi annunciamo senza nessun problema ma con grande convinzione che voteremo contro i dispositivi delle due risoluzioni relative all’invio in guerra del nostro popolo e dei nostri ragazzi.Vorremmo che queste energie fossero riversate in altro modo e ci aspettiamo che nei grandi Paesi questo avvenga. Non ci interessa dirvi “ve l’avevamo detto” o ripetere “continuiamo ad annunciare questo principio”; noi vogliamo solo dire che sarà una lotta lunga ma che non ci ritireremo da essa.
Intervento di Mauro Bulgarelli, Deputato dei Verdi
Seduta n. 57 del 07/11/2001
Signor Presidente, colleghi, colleghe,
in quanto antimilitarista ed ecologista non posso che essere voce fuori dal coro.
Ritengo doveroso, su un piano strategico oltre che etico, sottrarmi alla logica dello scontro che, essendo scontro di guerra, non posso che ritenere scontro tra inciviltà. Rifiuto la logica degli schieramenti contrapposti, la logica della forza contro la forza che minaccia, di nuovo, l’umanità. Per questo la non violenza, il pacifismo, l’obiezione di coscienza, la disobbedienza civile sono tratti distintivi della nostra anima politica. Il concetto di libertà al quale vi appellate a giustificazione della guerra, dell’orrore, se spogliato degli artifizi dialettici ottiene un unico risultato: piegare il termine e il senso della parola libertà ad una logica che non ci appartiene.
Attraverso questa presunta libertà si tenta di non pensare alla responsabilità, collettiva ed individuale, anche perché, in caso di guerra, bisogna uscire dalla logica dei partiti, degli schieramenti, e chiedere anche alla propria sfera intima, al proprio io profondo, quali siano il significato e il perché di questa scelta. Si tenta di non sentirsi gravati dal peso delle conseguenze, si tenta di frammentare il tempo della propria vita in episodi che non producono esiti durevoli, come se non esistesse la storia, come se non esistessero le relazioni tra Stati, gruppi, individui. Spesso, nella storia e nella guerra, il nemico di oggi corrisponde all’alleato di ieri.
Noi crediamo possibile che ci siano altre vie contro il terrore, in tempo di pace, così come in tempo di guerra. Questo è problema reale. Ancora una volta il nostro «sogno» di democrazia globale, di equa distribuzione delle risorse, di battaglia culturale contro gli integralismi è messo, un’altra volta – perché questa è l’altra via – in crisi, all’angolo, senza nessuna possibilità di dipanarsi.
Anche questa è una guerra economica che tende all’apertura di nuovi mercati ridisegnando il quadro delle alleanze attraverso una spettacolare resa dei conti planetaria che giustificherà attacchi e stermini in diverse aree del pianeta, mascherando, sotto le bandiere della guerra santa, il fine del controllo economico e territoriale.
Disobbedirò ad ogni opzione possibile che vada in direzione contraria al «no alla guerra», così come continuerò, ostinatamente, a votare contro qualsiasi provvedimento che riguardi, direttamente o indirettamente, armamenti, invio di truppe o quant’altro.
Intervento di Laura Cima, Deputata dei Verdi
Seduta n. 57 del 07/11/2001
Signor Presidente, ministri, colleghi,
da oggi siamo davvero in guerra se, come probabile, il Parlamento ratificherà la decisione del Governo.
Non si parlerà più di operazioni di polizia internazionale e, quindi, si toglieranno anche alibi; i nostri soldati rischieranno la loro vita e uccideranno, così avremo scelto che l’Italia agirà, all’interno dell’alleanza internazionale per la lotta al terrorismo, in un ruolo gregario.
Credo che le differenti posizioni che si fronteggiano in quest’aula, al di là della compattezza del voto, saranno più chiare a seguito delle due manifestazioni previste per il 10 novembre, che paleseranno chi parteciperà e con quali bandiere (padane, americane), chi si schiererà dall’altra parte e chi starà a casa di fronte alla televisione.
Noi Verdi abbiamo manifestato a Perugia con la bandiera americana e la bandiera dell’islam legate insieme. Ci sono ragioni etiche, che il collega Bulgarelli ha già citato, ma ci sono anche ragioni tattiche che giustificano il nostro «no» di oggi. La guerra non ferma ma alimenta il terrorismo; di ciò siamo assolutamente convinti. Non siamo sicuri, iniziando questa avventura, se si apriranno altri fronti o no, perché non dipenderà da noi la decisione di aprire altri fronti.
Abbiamo fallito quello che doveva essere il nostro compito fondamentale, vale a dire quello di lavorare coerentemente con l’alleanza contro il terrorismo per operazioni di intelligence serie, visto il fallimento, fino ad ora, dell’intelligence da questo punto di vista e quello di lavorare, anche in Europa, per spostare l’asse ad un livello euromediterraneo, dove si sa cosa sono gli arabi, si sa dialogare con loro e si ha il rispetto tradizionale dell’Italia per la politica estera nei loro confronti.
La democrazia è a rischio e lo sono anche i diritti umani. La guerra sicuramente non garantisce un nuovo ordine mondiale, nel quale democrazia e diritti umani siano più avanzati. Le torture ai prigionieri, la CIA con licenza di uccidere e tutti gli interessi economici, in primo luogo il petrolio, che stanno dietro questa attività, saranno discussi anche all’ONU, sono discussi al WTO, sono discussi per Kyoto. La globalizzazione e i sui guasti hanno portato a questa situazione e noi italiani avremmo dovuto avere un ruolo molto più forte nell’Alleanza, al fine di riequilibrarla e per fornire indicazioni precise.
Dunque, le priorità sono: un rafforzamento dell’Europa, soprattutto per l’area mediterranea, in cui l’Italia può avere un ruolo fondamentale; la risoluzione del conflitto israeliano-palestinese; la capacità, attraverso la diplomazia, di affrontare nei paesi arabi il problema reale della democrazia e smettere di appoggiare anche i mujaheddin del nord. Spiegatemi quali garanzie ci danno rispetto alle donne afgane, le cui esigenze sono ora evidenziate, in conferenza stampa, dalle nostre parlamentari che rientrano dal Pakistan. Spiegatemi come potremo aiutare sette milioni di profughi sotto i bombardamenti.


