ESECUTIVO NAZIONALE DEI VERDI: I PROBLEMI DELLA GIUSTIZIA NELLA FASE ATTUALE

Giustizia

La “questione Giustizia” è tornata in questo periodo di assoluta attualità nella scena politica e istituzionale italiana. Su questi temi in passato i Verdi, quando erano in Parlamento, hanno avuto un ruolo significativo per affermare – sia a livello parlamentare, sia nei ruoli di Governo – un autentico “garantismo”.

Il “garantismo” ovviamente non significa “innocentismo”, ma pieno rispetto delle regole dello Stato di diritto, dei diritti della difesa e della tutela delle vittime dei reati, piena attuazione dei principi costituzionali (art.111) del “giusto processo”, secondo cui “ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata” (come recita in particolare il secondo comma dell’art. 111 della Costituzione, così modificato dalla legge costituzionale n. 2 del 23 novembre 1999).

Oggi l’Italia si trova di fronte anche alla responsabilità di realizzare tempestivamente una riforma della Giustizia, sia penale che civile, richiesta anche a livello europeo dagli obiettivi di attuazione del PNRR.

Negli ultimi anni è nuovamente esploso il problema della credibilità e affidabilità della Magistratura, non tanto per ciò che riguarda i singoli magistrati – che nella loro grande maggioranza esercitano con autonomia e indipendenza i propri compiti giurisdizionali e inquirenti -, quanto per ciò che riguarda la profonda crisi del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) e la grave degenerazione del sistema delle correnti organizzate nell’ambito sindacale della ANM (Associazione Nazionale Magistrati), con gravi riflessi anche sullo stesso CSM.

Pesanti responsabilità hanno avuto anche i precedenti Governi e Parlamenti, che hanno aggravato, con provvedimenti legislativi “emergenziali”, le regole dello Stato di diritto e hanno talora compromesso il rispetto dei principi costituzionali.

I Verdi hanno salutato con soddisfazione la nomina a Ministra della Giustizia di Marta Cartabia, che aveva già dato buona prova di sé come giudice costituzionale e, da ultimo, anche come presidente della stessa Corte Costituzionale. Sicuramente è stata una sua scelta giusta quella di formare una Commissione di studio per la riforma del processo penale, presieduta da Giorgio Lattanzi, a sua volta presidente emerito della Corte Costituzionale. Si tratterà di verificare se e come le proposte della Commissione Lattanzi saranno recepite dal Parlamento, la cui maggioranza di governo è composta da una pluralità di forze politiche, spesso in contrasto tra di loro proprio sui temi della giustizia e in particolare sulla fondamentale questione della “prescrizione”.

La ministra Cartabia dovrà affrontare anche i temi della riforma dell’ordinamento giudiziario e del CSM, su cui le proposte finora ipotizzate sembrano invece essere ancora lontane da quel radicale cambiamento, la cui necessità la gravissima crisi del CSM stesso ha messo in evidenza negli ultimi due anni, ma che era già presente anche in precedenza.

Contemporaneamente, il 3 giugno 2021 sono stati depositati alla Corte di Cassazione sei quesiti referendari in materia di Giustizia, sulla base di una inedita alleanza tra il Partito radicale e la Lega di Salvini.

Responsabilità civile dei magistrati, separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, limitazioni alla custodia cautelare, abrogazione della legge Severino, abolizione dell’obbligo della raccolta firme per i magistrati che vogliano candidarsi al CSM, diritto di voto per i membri non togati nei consigli giudiziari: sono questi i sei quesiti referendari sulla giustizia promossi dal Partito Radicale insieme alla Lega, che sono stati depositati in Corte di Cassazione, con l’intenzione di raccogliere le 500.000 firme necessarie nei mesi di luglio, agosto e settembre.

Dal punto di vista politico-istituzionale non c’è alcuna contraddizione tra le riforme parlamentari proposte dalla ministra Cartabia e il possibile esito dei quesiti referendari, qualora le firme necessarie vengano raccolte, la Corte Costituzionale ne dichiari l’accettazione nel giudizio di “ammissibilità”, venga raggiunto il quorum del 50% nella partecipazione al voto delle cittadine e dei cittadini e qualora, da ultimo, la maggioranza dei votanti si esprima in modo favorevole.

I Verdi non parteciperanno alla raccolta delle firme per i quesiti referendari, non ritenendo credibile l’iniziativa congiunta del Partito Radicale con una Lega che, sui temi della Giustizia, in passato ha sempre espresso posizioni sbracatamente “forcaiole” e “giustizialiste”.

Tuttavia i Verdi non sono contrari al merito dei sei quesiti proposti e quindi i propri militanti e simpatizzanti decideranno liberamente se sottoscriverli, in fase di raccolta delle firme, e poi se votarli, qualora vengano ammessi, in occasione della futura celebrazione dei referendum.

Esecutivo nazionale della Federazione dei Verdi

25 giugno 2021