A proposito della sentenza di Taranto sull’Ex-Ilva

Ilva

La sentenza della Corte d’assise di Taranto costituisce una pietra miliare nella ricerca di verità e giustizia per quanto riguarda la drammatica e tragica vicenda dell’ex-ILVA di Taranto.

Ovviamente, gli imputati e i condannati, per ora nel primo grado di giudizio, hanno il diritto di difendersi e, come tali, non hanno l’obbligo di dire la verità, non essendo testimoni nel processo.

Tuttavia, lascia sconcertati il modo con cui l’ex-presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, ha inteso rigettare le accuse e la condanna, con queste testuali parole: “Una giustizia che calpesta la verità”; “una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare”; “una giustizia profondamente malata”; “i giudici hanno commesso un grave delitto contro la verità e contro la storia”.

Neppure una parola da parte di Nichi Vendola sull’insieme del processo e sulle responsabilità che sono state individuate lungo una vicenda giudiziaria che ha visto oltre novecento parti civili in rappresentanza delle vittime. Secondo Vendola la sentenza costituisce “una mostruosità giuridica” e “i giudici hanno commesso un grave delitto”.

Queste espressioni superano ogni limite di una difesa di sé stesso, che sarebbe stata pur legittima da parte di un imputato e condannato.

Chiunque sa che, dopo questa prima sentenza, ci saranno altri due gradi di giudizio, prima di eventuali condanne definitive. Ma anche da parte di autorevoli esponenti della sinistra non si sono lette e ascoltate valutazioni che facciano riferimento alla gravità delle imputazioni, alla drammaticità riscontrata dall’inchiesta “Ambiente svenduto”, alla tragicità dei decessi causati dall’ex-ILVA. Soltanto un richiamo al “garantismo”, che evidentemente viene confuso con un malinteso “innocentismo”.

Il “garantismo” riguarda il rispetto delle garanzie e delle procedure dello Stato di diritto nel processo, che non risulta siano state violate in lunghi anni di indagine istruttoria e poi nel lunghissimo dibattimento processuale.

Da parte di esponenti politici e di Governo, alcuni dei quali hanno avuto gravissime responsabilità nel cercare di affossare le indagini della magistratura, anche ricorrendo ripetutamente alla decretazione d’urgenza per ostacolare l’operato dei magistrati, ci si aspetterebbe ora una maggiore cautela di giudizio e anche un riconoscimento delle proprie responsabilità politiche, che vanno al di là di quelle giudiziarie, sanzionate dalla sentenza di Taranto.

Certamente, per le responsabilità giudiziarie bisognerà aspettare una sentenza definitiva passata in giudicato. Ma la città di Taranto, i suoi cittadini e i suoi lavoratori, hanno finalmente ottenuto un riconoscimento della verità dei fatti e una sentenza di giustizia, seppur ovviamente non definitiva

Marco Boato, Componente dell’Esecutivo nazionale dei Verdi