Geese: “Delusa da Von Der Leyen. Non ha pensato alle donne”

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Durante i mesi più duri della pandemia, molte associazioni di categoria chiamavano Alexandra Geese, europarlamentare dei Verdi, denunciando una strage di posti di lavoro tra le donne.

In Italia, secondo uno studio di Elisabeth Klatzer e Azzurra Rinaldi, nel solo settore della cura, il 20% delle donne ha perso il lavoro.

Quando è stato approvato a luglio il Recovery Fund e il pacchetto europeo di rilancio, la politica tedesca si è resa conto che il digitale e l’ambiente, i due settori su cui i soldi dovranno essere prioritariamente spesi, rischiano di essere, di nuovo, una trappola. Sono settori ad amplissima prevalenza di occupazione maschile. Cosi Geese ha lanciato l’iniziativa Half of it, una petizione per chiedere che metà di quelle risorse vengano spese per creare lavoro femminile. In quest’intervista, la parlamentare ambientalista ci spiega il senso della sua iniziativa e rivela di essere molto delusa da Ursula von der Leyen.

Geese, come mai ha lanciato questa petizione che in Italia, con la sigla “Il Giusto mezzo”, ha già raccolto 40mila firme?

L’idea mi è venuta perché durante il lockdown mi chiamavano le associazioni di categoria e mi raccontavano quanto le cose stessero andando male. E chi stava peggio erano sempre i settori ad alta occupazione femminile. Quando è uscito Next generation EU e le Linee guida che imponevano una grande attenzione per l’ambiente e per il digitale, nessuno si è ricordato che nel digitale appena il 16-17% è occupazione femminile e nelle costruzioni e nei trasporti è tra il 10%e 20%.

Nella proposta lei chiede di riequilibrare quei fondi introducendo meccanismi di controllo per garantire il giusto bilanciamento tra uomini e donne. E suggerisce miratamente di dedicare risorse al settore della cura.

Ci sono studi che dimostrano che investire nei servizi all’infanzia e nell’economia della cura rende molto più, in termini occupazionali, che investire nelle costruzioni. Si creano più posti di lavoro per tutti e, in proporzione, più per le donne. In Germania, se si investisse il 2% del Pil nelle costruzioni o nella cura, la differenza sarebbe enorme. Puntando sulla cura si creerebbero di stessi posti di lavoro per gli uomini e sei volte tanti per le donne. Il principio è che i soldi del Recovery non devono essere spesi a pioggia nel digitale perché la startup svedese è “cool”. E, badi bene: io promuovo molto l’economia digitale, è il mio ambito. Però dobbiamo essere molto chiari sulla destinazione di queste risorse, al di là degli slogan.

In effetti si dibatte da anni sul fatto che il digitale potrebbe distruggere più posti di lavoro di quanto non ne crei.

Esatto. È un’incognita. Quelle spese vanno affrontate con criterio. E, ripeto, vanno promossi i servizi della cura. In Italia c’è ad esempio una situazione disastrosa, soprattutto per gli anziani. Se il sistema non collassa è perché le famiglie fungono da ammortizzatore sociale e le donne immigrate lavorano spesso sottocosto e in condizioni di sfruttamento.

Ma ne ha parlato con Ursula von der Leyen, che sin dai tempi in cui era ministro della Famiglia in Germania, è sempre stata attenta ai diritti delle donne?

Sì, ho parlato con la presidente della Commissione ma ho aspettato invano una risposta. Sono molto delusa. Bisogna agire subito, occorre cambiare i criteri di spesa adesso e non agire ex post, quando avremo già creato un disastro. È incredibile: nel momento in cui si parla di economia, la gente diventa automaticamente “gender blind”. Sia chiaro e sono una parlamentare del Verdi, ovvio che sono a favore di una destinazione dei fondi per l’ambiente. Ma chiedo che vengano spesi nel modo giusto, tenendo conto delle donne.

intervista a cura di Tonia Mastrobuoni per la Repubblica