Ministero della transizione ecologica. Geese: “Bene se accorpa Infrastrutture e Sviluppo”

ministero della transizione ecologica

Alexandra Geese è europarlamentare dei Verdi. E sul nuovo ministero della Transizione ecologica ha le idee chiare.

Onorevole, può funzionare un ministero che accorpi ambiente e infrastrutture e sviluppo?

«Certo, è proprio così che deve funzionare. I tempi in cui la tutela dell’ambiente era considerata in antitesi rispetto allo sviluppo, all’economia e alle infrastrutture sono terminati. Ora non ci sarà economia che non sia basata sull’ecologia: la scienza ci dice che anche i costi economici del cambiamento climatico e della perdita della biodiversità saranno sempre insostenibili. E lo sviluppo, se non è sostenibile, non è sviluppo. Questo comporta un cambio di mentalità e una diversa organizzazione. Se pensiamo sviluppo e ambiente come un unico obiettivo, dobbiamo anche unire le procedure. Progettazione e autorizzazioni non possono essere di competenza di ministeri diversi se vogliamo evitare che si blocchino a vicenda. Quello che conta però è sia guidato da un ministro o una ministra con le giuste priorità».

Quanto conta in Germania il ministero dell’Ambiente?

«Si occupa dell’ambiente, della protezione della natura e della sicurezza delle centrali nucleari. Quindi di clima, acque, natura, immissioni, sostanze chimiche e sicurezza nucleare. La sua debolezza sta nella limitata capacità di incidere sulle scelte determinanti. Una della maggiori fonti di emissioni di CO2, le centrali a carbone, sono affidate al Ministero dell’Economia».

Lei è stata la prima a denunciare il rischio che gli investimenti del Next Generation Eu, concentrati al 57% su digitale e ambiente, danneggino l’occupazione femminile. La rete italiana “Donne perla salvezza” si ispira alla sua battaglia. Ma questo rischio vale per un ministero come quello della Transizione ecologica?

«Purtroppo sì. La mia intuizione che questa crisi economica avrebbe danneggiato soprattutto le donne si è avverata. E il Next Generation EU darà un’ulteriore spinta in questa direzione dannosa. E la tendenza sarà a lungo termine. A maggior ragione bisogna rompere i mercati del lavoro segregati, dove le donne si occupano di cura, o gratuitamente o con stipendi bassi e con grande precarietà, e gli uomini svolgono lavori tecnici ben retribuiti. Contano due fattori: rappresentanza e risorse. Quindi un super-ministero della Transizione ecologica dovrebbe essere composto per metà da donne — almeno a livello di dirigenza — ma possibilmente a tutti i livelli, e implementare un meccanismo di attribuzione della spesa basato anche sulle valutazioni di impatto di genere. Perché una società che lascia a casa le donne non potrà avere né ripresa né giustizia sociale».

 

Intervista a cura di t.ma. su la Repubblica