Marco Boato: “Il mio voto per tre presidenti”

Boato Quirinale

INTERVISTA A MARCO BOATO SUL QUIRINALE

Lei è stato per 23 anni in Parlamento, in sei legislature, anche intervallate, tra il 1979 e il 2008. Vuole ricordare quali sono stati i Presidenti della Repubblica che ha contribuito ad eleggere?

Nel 1978, quando venne eletto Sandro Pertini, e nel 1985, quando venne eletto Francesco Cossiga, non ero in Parlamento, anche se ho poi avuto frequenti rapporti con entrambi, al Quirinale e pure dopo la scadenza del loro mandato. Ho contribuito ad eleggere nel 1992 Oscar Luigi Scalfaro, nel 1999 Carlo Azeglio Ciampi e nel 2006 Giorgio Napolitano. Non ero più in Parlamento alla elezione nel 2015 di Sergio Mattarella, ma ho avuto frequenti rapporti con lui, che avevo ben conosciuto quando eravamo colleghi alla Camera dei deputati ed anche entrambi candidati in Trentino-Alto Adige nel 2001.

Per ognuno di questi, quale è stato il clima politico e nel Paese?

Pertini venne eletto nell’anno del sequestro e omicidio di Aldo Moro, dopo le dimissioni anticipate del presidente Leone. L’Italia viveva ancora nel pieno della strategia della tensione e degli “anni di piombo”, e Pertini divenne un punto di riferimento assai popolare in un clima di grave disorientamento dell’opinione pubblica. Così avvenne con lui anche in occasione della tragedia di Vermicino e nella gioia per la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio del 1982.
Cossiga venne eletto, addirittura al primo voto, nel 1985, anche in memoria del “caso Moro” e dopo essere stato presidente del Senato. Nei primi cinque anni si ispirò al “modello Einaudi”, con grande equilibrio. Dopo la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989, consapevole del radicale cambiamento dello scenario internazionale e interno, con la crisi del comunismo, divenne invece molto più interventista, anche con un forte messaggio alle Camere sulle necessarie riforme istituzionali, e si visse allora la dibattuta stagione del presidente “picconatore”.
Scalfaro era stato eletto all’inizio presidente della Camera, ma subito dopo la strage di Capaci, con l’omicidio mafioso di Falcone, della moglie e della scorta, venne inaspettatamente eletto Presidente della Repubblica sull’onda di quella profonda emozione, dopo i ripetuti e falliti tentativi di Forlani. Fu Marco Pannella ad avanzare con forza questa candidatura, ma negli anni successivi si ricredette e divenne molto critico su di lui.

Ciampi venne eletto anche lui al primo voto, e non era parlamentare, ma era stato prima governatore della Banca d’Italia, poi Presidente del Consiglio negli anni di “Tangentopoli” e quindi ministro del Tesoro col governo Prodi, che segnò l’ingresso dell’Italia nell’euro. All’epoca era stata per la prima volta ipotizzata una candidatura femminile con Rosa Jervolino Russo (napoletana, ma di origine trentina per parte di madre, De Unterrichter), ma all’ultimo venne trovato un accordo di larghe intese su Ciampi. Nella crescente crisi politica e istituzionale, e di fronte anche alle spinte separatiste della Lega di Bossi, Ciampi cercò di rasserenare il clima dei rapporti tra maggioranza e opposizione e rilanciò una forma di “patriottismo democratico”, per favorire l’unità nazionale, che lui costituzionalmente rappresentava e che voleva intimamente inserita nel quadro europeo.
Napolitano fu il primo post-comunista ad essere eletto Presidente, anche in forma contrastata, dopo la caduta della candidatura di D’Alema. Ma poi si conquistò un grande prestigio, al punto che, alla scadenza del suo mandato e in piena crisi politica (silurate dai “franchi tiratori” le candidature di Marini e poi di Prodi), per la prima volta nella storia repubblicana venne rieletto nel 2013 con un vastissimo consenso, anche da parte del centro-destra che l’aveva osteggiato alla prima elezione.

Mattarella, che aveva avuto pochissimi voti nelle prime tre votazioni, venne poi eletto invece alla quarta. Non era inizialmente una figura molto conosciuta a livello popolare, ma nel corso dei suoi difficili sette anni di mandato si è conquistato un grande e crescente consenso. Esemplare il modo in cui ha gestito, negli ultimi tre anni, tre crisi di governo, prima col Conte 1, nella alleanza inedita tra M5S e Lega, poi col Conte 2, nella alleanza altrettanto inedita tra M5S e PD, e da ultimo col governo Draghi (non parlamentare, come era stato Ciampi), da lui stesso proposto con una inedita iniziativa presidenziale, che ha trovato una difficile, ma vastissima maggioranza in Parlamento. Basti pensare che nel 2018 il M5S aveva ipotizzato follemente una sua messa in stato d’accusa, e che invece ora il M5S propenderebbe per una sua rielezione.

Il centrodestra propone Berlusconi alla più alta carica dello Stato. Che considerazioni si sente di fare vista la sua “carriera” politica e gli “intoppi” giudiziari che ne hanno lastricato il cammino?

Il Presidente della Repubblica, per Costituzione, deve rappresentare l’unità nazionale e deve saper essere “super partes”. Non so quanto sia convinta la proposta della sua candidatura da parte del centrodestra. Sembra più una mossa tattica, per avere poi la possibilità di condizionare la scelta successiva del candidato o della candidata che avrà reali possibilità di elezione.

Ma lei ci crede davvero che Berlusconi possa diventare Presidente?

La vicenda politica e giudiziaria di Berlusconi non mi sembra certo la più adatta e credibile per assurgere alla più alta carica dello Stato. Francamente credo del tutto irrealistica questa ipotesi, che sta suscitando molto sconcerto in gran parte dell’opinione pubblica. Non sarebbe certamente il modo migliore per rappresentare l’unità nazionale. Non credo di sbagliarmi.

Il centrosinistra sta ancora “coperto”. Secondo lei perché?

Il centrosinistra, a cominciare dal Pd, sa bene di non avere in questo Parlamento, pur anche con l’alleanza del M5S, una forza sufficiente per far prevalere una propria autonoma proposta, dovendo invece cercare di far emergere una candidatura frutto di ampie convergenze trasversali. Ma, finché è in campo la candidatura di Berlusconi, queste convergenze sono impossibili da individuare. Per questo bisognerà attendere o la vigilia del 24 gennaio, giorno della prima votazione, oppure più realisticamente il passaggio alla quarta votazione, quando si ridurrà il quorum per l’elezione.

Da più parti, visto anche il momento difficilissimo, a causa della pandemia che attraversa il Paese, viene richiesto il rinnovo del mandato a Mattarella. Che ne pensa?

Personalmente sarei stato favorevole. Ma Mattarella ha fatto capire in modo insistito, anche col messaggio di fine anno, e non solo, di considerare l’episodio della rielezione di Napolitano una esperienza da non ripetere, per non trasformare un caso eccezionale in una sorta di precedente costituzionale. In teoria il Parlamento potrebbe comunque rieleggerlo, ma non penso accadrà, anche se ci sono molti fermenti in questa direzione.

L’Italia si è “affidata” a Draghi, una persona che una volta si sarebbe definita “una riserva della Repubblica”. Lei che giudizio ne dà come Presidente del consiglio a capo di un governo di unità nazionale?

Pur con alcune ombre, soprattutto per quanto riguarda la scelta del discutibile ministro per la transizione ecologica, del tutto inadeguato, il mio giudizio su Draghi è sostanzialmente positivo, anche per il suo prestigio sul piano europeo ed internazionale.

Lo vedrebbe anche come auspicabile Presidente della Repubblica?

Potrebbe succedere, ma credo che sarebbe un errore, almeno per due motivi. Il primo: mai nella storia repubblicana un Presidente del Consiglio in carica è stato eletto Presidente della Repubblica, il che provocherebbe un vero e proprio groviglio costituzionale, difficile da districare. Il secondo: è il Presidente del Consiglio, e non quello della Repubblica, a partecipare ai vertici europei e internazionali. Ed invece è bene che continui ad essere Draghi ad assolvere a questo ruolo, in una fase storica di enorme complessità.

Se così fosse. Le elezioni sarebbero dietro l’angolo o no?

Non credo che Draghi, eventualmente Presidente della Repubblica, punterebbe a sciogliere appena eletto il Parlamento che lo avrebbe votato. Ma sarebbe difficilissimo trovare un suo successore alla guida del nuovo Governo, e quindi si aprirebbe una crisi assai ardua da risolvere. Meglio non rischiare, tenendo conto che l’attuale maggioranza è difficilmente ripetibile.

Se lei fosse ancora in Parlamento, come si muoverebbe e chi indicherebbe come candidato alla Presidenza della Repubblica?

Dopo una lunga sequela di presidenti esclusivamente uomini, dal 1946 ad oggi (comprendendo anche i capi provvisori dello Stato, De Gasperi per due settimane e poi De Nicola, fino ai dodici presidenti successivi), credo sarebbe giusto e necessario arrivare finalmente ad eleggere una donna a questa carica. Non “una donna purchessia”, ovviamente. Ma, fra i tanti nomi di donne che ogni tanto, magari ipocritamente, vengono ipotizzati, per poi lasciarli cadere, credo che la figura di Marta Cartabia, già presidente della Corte costituzionale e ora ministra della Giustizia, sarebbe forse la figura più adatta, sia per le sue capacità e competenze indiscutibili, sia perché si tratterebbe di una candidatura senza identità di partito e ampiamente “trasversale”, in grado di suscitare le ampie convergenze necessarie. Vedremo se succederà, come mi auguro.

Per PAOLO PIFFER – Redazione CORRIERE DEL TRENTINO