Bolsonaro ha massacrato la foresta, Lula fatica a salvarla. Angelo Bonelli, ecologista e politico, spiega perché il disastro riguarda tutti noi. «Tra 20 anni, il danno sul clima sarà irreversibile»
II telefono gracchia un po’. «Abbia pazienza, qui siamo ai confini del mondo». Angelo Bonelli risponde da Alter do Chào, lingua di sabbia lungo il Rio delle Amazzoni, in Brasile. Ecologista da quando era ragazzino, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Bonelli che ha imparato la lingua tupì dagli indios Zo’è viaggia in Amazzonia da un quarto di secolo. Da anni assiste allo sventramento della foresta, devastata a colpi di incendi e deforestazione. «Fa male, ogni volta». Tra un’ora, spiega, salirà su una barca che lo porterà in mezzo alla giungla per assistere a una riunione di capi tribù indigeni. Tema della discussione, il fallimento del vertice interamazzonico di Belém, il summit degli otto Paesi dell’area atteso da 14 anni e annunciato dal presidente brasiliano Inàcio Lula da Silva come «la vera pietra miliare nella difesa della foresta» (il 60% si trova in Brasile, il resto in Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela). L’obiettivo era trovare un accordo per mettere uno stop definitivo alla deforestazione entro il 2030. Il risultato, un gigantesco nulla di fatto. L’Amazzonia, quei 6 milioni e 700 mila km quadrati di polmone verde che provvedono al 15% dell’ossigeno del globo, è sull’orlo del precipizio. Solo dal 2012 a oggi sono andati distrutti 300 mila km quadrati di alberi. Per intenderci, come se l’Italia venisse cancellata dal planisfero. L’annus horribilis è stato il 2022, il quarto dell’era Bolsonaro: 10.573 chilometri quadrati di foresta abbattuta, 3.511 campi di calcio al giorno. I popoli che la abitano, 47 milioni di persone tra cui 2 milioni di indigeni, non fanno che gridare in cerca di aiuto. Ancora una volta, nessuno ha risposto.
A Belém, Lula ha fallito?
«Lula vuole proteggere l’Amazzonia, ma non è solo al comando, ogni Paese presente al vertice ha la sovranità sul suo territorio. Ecuador e Perù, per esempio, si sono detti d’accordo in via generale con lo stop alla deforestazione, ma non nella tempistica. Rimandare è il modo migliore per non fare».
Quali sono le cause della deforestazione?
«In sintesi, una: l’interesse economico. La foresta viene distrutta per estrarre combustibili fossili, inquinata per cercare oro, incendiata per fare largo agli allevamenti intensivi, alle coltivazioni illegali, ai campi di coca dei narcos».
«Fake news», diceva l’ex presidente Bolsonaro.
«È il negazionismo tipico delle destre. Bolsonaro ha consentito ai cercatori d’oro di invadere i territori indigeni, incoraggiato estrazioni, avallato violenze. Il suo è stato un “liberi tutti” catastrofico».
Lula, invece, è di sinistra. Eppure, non vuole bloccare le trivellazioni petrolio. Perché?
«Il presidente brasiliano sconta alcune resistenze storiche nei confronti dell’innovazione. Anche Marina Silva, la sua ministra dell’Ambiente, chiede scelte più coraggiose. Il Brasile ha spazi immensi, tanto sole, potrebbe diventare uno dei Paesi di punta delle energie rinnovabili, eppure il fotovoltaico è quasi fermo. Da quando Lula è al governo, però, il tasso di deforestazione è crollato. Sul freno a coltivazioni, allevamenti e garimpeiros, i cercatori d’oro, il presidente ha agito in modo netto, gli va dato atto».
Perché l’Amazzonia è così importante?
«Perché è un polmone fondamentale, trattiene le emissioni di CO2 ed emette ossigeno per tutto il pianeta. È un dono della natura che serve a tutti». Che cosa succederebbe se il disboscamento non venisse arrestato? «Un effetto paradossale: la foresta, monca, comincerebbe a emettere più CO2 di quanta non ne trattenga. Senza l’Amazzonia, l’atmosfera sarebbe invasa da 120 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Il pianeta resterebbe senza fiato».
Qual è il punto di non ritorno?
«Il premio Nobel Carlos Nobre, uno dei più grandi climatologi al mondo, afferma che se non si inverte la rotta tra 20 anni la foresta pluviale si trasformerà in una savana semi-arida. Con effetti drammatici sul cambiamento climatico».
Si può recuperare la foresta distrutta?
«Si deve. Nel cosiddetto CEF, il centro da floresta, esiste un vivaio delle piante più importanti tra le 350 specie che sono state abbattute, da trapiantare nelle zone disboscate. Chi sfrutta in modo illegale, però, non compensa».
Soffre la natura, soffrono gli uomini. Davi Kopenawa, leader della tribù Yanomami, dice che è in atto un «genocidio degli indigeni».
«Nel corso dell’ultimo secolo è scomparso il 70% delle tribù. Gli indios che si oppongono all’invasione dei loro territori vengono uccisi, le acque dei loro fiumi sono state inquinate dal mercurio dei cercatori d’oro. Non possono più pescare, bere, cacciare. Se non li ammazzano, i coltivatori illegali li corrompono, come è accaduto negli Usa coi nativi americani. Basta una bottiglia di whisky».
Durante i suoi molti viaggi lei è riuscito a incontrare gli indigeni delle tribù più nascoste.
«Con l’esploratore Sydney Possuelo andammo a visitare gli índios iso/ados, che non conoscono i bianchi. Feci una visita medica minuziosa qualsiùasi batterio per loro può essere letale e a bordo di un piccolo aereo raggiungemmo una radura della foresta primaria. Non c’era un filo di vento, eppure gli alberi si agitavano come durante una tempesta. All’improvviso, da dietro i tronchi sbucarono 200 indigeni. Ci palparono ovunque, anche sui genitali. Volevano capire se fossimo uguali a loro». La foresta e i suoi abitanti vanno preservati. Ma la povertà, ha detto Lula, è nemica della sostenibilità.
Come se ne esce?
«I Paesi sviluppati hanno promesso ioo miliardi di dollari per la riconversione ecologica e industriale del territorio, peccato che quei soldi non arrivino. Senza, per Lula è difficile fare a meno del petrolio». Che cosa servirebbe? «Un accordo internazionale che metta sul piatto risorse economiche e tecnologie per una nuova politica energetica. L’Amazzonia è uno scrigno di ricchezze naturali, i progetti sostenibili esistono. Quello che manca è una strategia governativa complessiva».
L’Occidente ci crede?
«Non solo non ci crede, per l’Occidente non è una priorità».


