Intervista ad Angelo Bonelli: “Sul Green, Draghi è la restaurazione”

Bonelli

Angelo Bonelli, perché ce l’ha tanto col ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani?

Perché lui, Giancarlo Giorgetti e Luigi Di Maio stanno mettendo in atto una campagna di terrore verso la transizione ecologica parlando di “bagno di sangue” o di “Italia che salta in aria”. Ma i lavoratori pagheranno un caro prezzo se le nostre aziende perderanno competitività con quelle europee, cosa che accadrà di sicuro se non si spinge l’acceleratore su questo processo, come gli altri stanno già facendo. Invece qui si ragiona con l’ottica opposta: frenare, rallentare…

Lei, ambientalista da sempre, ex deputato, oggi co-portavoce di Europa Verde, è molto deluso dall’opera del governo Draghi sui temi ambientali. Governo bocciato, dunque?

Non avevamo alcun pregiudizio su Draghi, né su Cingolani. Ma poi bisogna mettere in fila i fatti: si è tornati a parlare di ponte sullo Stretto, si propongono trivelle sostenibili, il mini-nucleare. Poi le poche risorse previste nel PNRR su ambiente e transizione ecologica. Quel piano, rispetto a quello su clima ed energia dell’UE (Fit for 55), è già vecchio. Nel discorso d’insediamento, Draghi ha parlato di rivoluzione verde, ma qui siamo in piena restaurazione, strizzando l’occhio a certi Paesi dell’Est negazionisti. Per certi versi, ricorda i governi Berlusconi.

Perché succede, secondo lei?

Il comparto industriale nel nostro Paese sull’ambiente è molto indietro. E mi riferisco a chi produce energia, come ENI, e a chi fa automobili, come FCA. Mi pare che il governo, rallentando sulla transizione, cerchi di
accogliere i desiderata di questi asset strategici che anche negli ultimi anni sono rimasti fermi a un modello antiquato. Voglio essere chiaro: l’Italia su questi temi è in ritardo perché la grande industria ha fatto resistenza, aiutata dal sistema politico.

Faccia un paio di esempi.

Non è un mistero che ENI continui a spingere sugli idrocarburi. E pure che FCA non investa sull’elettrico. Mentre l’AD della Volkswagen, in Germania, dice che questa trasformazione sarà un’opportunità. L’Europa ha previsto la fine delle auto diesel e benzina nel 2035. Abbiamo davanti 14 anni per cambiare e attuare misure anche a difesa del lavoro. Ma bisogna muoversi.

E invece?

Nel PNRR s’investe molto poco sulle centraline elettriche per le auto e sulla mobilità pubblica. Così come sono pochi i soldi contro la dispersione idrica, il versamento di acque reflue in mare e in favore delle energie rinnovabili. Vorrei dare un dato: in Italia lo smog fa 56 mila vittime l’anno e l’89% degli agenti inquinanti nell’atmosfera dipende dalla circolazione delle auto. Tutto questo ci costa 10 miliardi l’anno. Vogliamo continuare così?

Intervista a cura di Gianluca Roselli per Il Fatto Quotidiano